Quando un figlio raggiunge l’età adulta ma continua a manifestare una profonda insicurezza, molti genitori si trovano in una posizione delicata: da un lato vorrebbero intervenire per aiutarlo, dall’altro temono di invadere uno spazio che dovrebbe ormai appartenergli completamente. Questa dinamica può generare sensi di colpa, frustrazione e un’angoscia silenziosa che attraversa intere famiglie. La mancanza di fiducia in se stessi nei giovani adulti non è semplicemente una fase passeggera, ma un segnale che merita attenzione e comprensione profonda.
Le radici nascoste dell’insicurezza adulta
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la scarsa autostima in età adulta raramente nasce dal nulla. La ricerca sulla teoria dell’autoefficacia sviluppata da Albert Bandura dimostra che la percezione di autoefficacia si costruisce attraverso esperienze ripetute di successo e fallimento durante l’infanzia e l’adolescenza. Questo principio rappresenta il nucleo della comprensione moderna di come si forma la fiducia in se stessi.
Quando un giovane adulto evita sistematicamente le sfide, potrebbe aver interiorizzato messaggi impliciti ricevuti durante la crescita: aspettative troppo elevate mai raggiunte, confronti costanti con fratelli o coetanei, oppure al contrario una protezione eccessiva che ha impedito di sviluppare resilienza. Non si tratta necessariamente di attribuire colpe, ma di riconoscere pattern relazionali che possono essere modificati anche in questa fase della vita.
Il paradosso dell’iperprotezione tardiva
Uno degli errori più comuni che i genitori commettono davanti all’insicurezza del figlio adulto è intensificare il sostegno in modo controproducente. Offrire soluzioni immediate, prendere decisioni al suo posto per facilitargli la vita, o continuare a gestire aspetti pratici che dovrebbe ormai padroneggiare autonomamente, rinforza paradossalmente la sua percezione di inadeguatezza.
Il soccorso genitoriale cronico impedisce lo sviluppo delle competenze necessarie per affrontare l’incertezza. Ogni volta che un genitore risolve un problema che il figlio potrebbe affrontare da solo, trasmette involontariamente il messaggio: non credo che tu ne sia capace. Questo meccanismo, seppur mosso dall’amore, diventa un circolo vizioso difficile da spezzare.
Strategie concrete per sostenere senza sostituirsi
Trasformare il dialogo: dalle soluzioni alle domande
Invece di offrire immediatamente consigli o rassicurazioni generiche, i genitori possono sperimentare un approccio più maieutico. Quando il figlio esprime dubbi su un’opportunità lavorativa, anziché dire secondo me dovresti accettare oppure non preoccuparti, sei bravissimo, provate a chiedere cosa lo attrae davvero di questa opportunità e cosa lo spaventa, quale sarebbe il peggior scenario possibile e come potrebbe gestirlo, se ricorda un’altra situazione simile che alla fine è andata meglio di quanto temesse.
Queste domande stimolano la riflessione autonoma e aiutano il giovane adulto a riconoscere le proprie risorse interne, piuttosto che cercare validazione esterna. Il dialogo diventa uno strumento di crescita invece che una consolazione temporanea.
Celebrare i micro-progressi, non solo i risultati
Chi soffre di bassa autostima tende a svalutare i propri successi e amplificare i fallimenti. I genitori possono interrompere questo schema cognitivo riconoscendo esplicitamente anche i piccoli passi: aver inviato un curriculum, aver partecipato a un evento sociale nonostante l’ansia, aver espresso un’opinione in contesti nuovi.

Ricerche neuroscientifiche hanno dimostrato che il cervello risponde positivamente al riconoscimento degli sforzi e non solo dei risultati finali, rafforzando i circuiti neurali legati alla motivazione intrinseca. Questo principio è stato ampiamente documentato negli studi sulla dopamina e sulla neuroplasticità dell’apprendimento.
Condividere le proprie vulnerabilità autentiche
Un approccio raramente considerato ma straordinariamente efficace consiste nel condividere con sincerità le proprie esperienze di insicurezza e fallimento. Non racconti edificanti con lieto fine garantito, ma narrazioni oneste su come anche voi, come genitori, avete dovuto affrontare il dubbio, la paura di non essere all’altezza, le decisioni sbagliate. Questa autenticità normalizza l’imperfezione e dimostra che la fiducia in se stessi non è un traguardo definitivo, ma un processo continuo.
Quando il problema richiede un intervento professionale
Esistono situazioni in cui il sostegno familiare, per quanto amorevole e consapevole, non è sufficiente. Se l’evitamento delle opportunità diventa paralizzante, se il giovane adulto manifesta sintomi depressivi, attacchi di panico o isolamento sociale progressivo, è essenziale suggerire un percorso psicoterapeutico.
La terapia cognitivo-comportamentale e Acceptance and Commitment Therapy hanno mostrato efficacia significativa nel trattamento dell’insicurezza patologica e dell’evitamento. Importante: presentare la terapia non come un sei rotto e devi essere riparato, ma come uno spazio di esplorazione e sviluppo personale accessibile a chiunque voglia comprendere meglio se stesso.
Il ruolo prezioso dei nonni
In questo contesto difficile, i nonni possono offrire una prospettiva preziosa e meno carica emotivamente rispetto ai genitori diretti. La relazione nonni-nipoti adulti, quando positiva, permette conversazioni più distese, meno giudicanti, dove il giovane può esprimersi senza il peso delle aspettative genitoriali. I nonni, inoltre, portano la saggezza di chi ha attraversato numerosi cambiamenti storici e personali, offrendo testimonianze concrete di resilienza che possono ispirare senza opprimere.
La fiducia in se stessi non si costruisce attraverso proclami motivazionali o protezione dai rischi, ma attraverso l’esperienza graduale di affrontare sfide, commettere errori recuperabili e scoprire la propria capacità di rialzarsi. Come genitori, il vostro compito più importante non è eliminare le paure di vostro figlio, ma stargli accanto mentre impara ad attraversarle.
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