Ecco i 6 segnali che hai una dipendenza da approvazione altrui, secondo la psicologia

Quante volte oggi hai controllato quanti like ha preso il tuo ultimo post? Quante persone hai consultato prima di decidere cosa indossare stamattina? E quando quel messaggio è rimasto senza risposta per più di un’ora, quante volte hai riletto quello che avevi scritto cercando di capire cosa avevi sbagliato? Se stai già sudando freddo, siediti comodo: potremmo aver trovato il tuo problema.

Viviamo nell’era dell’approvazione istantanea. Cuoricini, pollici in su, reaction che ci dicono ogni santo secondo se quello che facciamo, diciamo o semplicemente siamo va bene oppure no. E se da un lato è normale cercare un minimo di conferma dagli altri – siamo animali sociali, dopotutto – dall’altro c’è chi ha trasformato questa ricerca in una vera e propria dipendenza emotiva. Gli psicologi la chiamano bisogno eccessivo di approvazione, e sì, può diventare un problema serio quanto sembrare innocuo in superficie.

Baumeister e Leary, due ricercatori che hanno studiato i bisogni umani fondamentali, lo spiegano chiaramente nel loro lavoro pubblicato su Psychological Bulletin nel 1995: abbiamo tutti un bisogno innato di appartenenza e di legami positivi con gli altri. È scritto nel nostro DNA. Il guaio è quando questo bisogno smette di essere una bussola e diventa una catena. Quando ogni singola decisione, ogni parola, ogni gesto deve passare il vaglio dell’approvazione altrui per farti sentire okay.

Quando l’approvazione diventa una droga emotiva

Cercare l’approvazione non è sbagliato di per sé. Anzi, ha perfettamente senso dal punto di vista evolutivo. I nostri antenati che venivano accettati dal gruppo sopravvivevano, quelli esclusi morivano divorati da un predatore o di stenti. Fine della storia. Non a caso, uno studio del 2003 pubblicato su Science da Eisenberger, Lieberman e Williams ha dimostrato che il rifiuto sociale attiva nel nostro cervello le stesse aree del dolore fisico. Sì, hai letto bene: quando qualcuno ti esclude, il tuo cervello reagisce come se ti avessero dato un pugno.

Ma c’è una bella differenza tra chiedere un parere a un amico fidato e non riuscire a scegliere il gusto del gelato senza prima aver consultato Instagram, letto le recensioni e controllato cosa prende la persona davanti a te in fila. Il confine sta nell’intensità, nella frequenza e in quanto questa ricerca di approvazione condiziona la tua vita quotidiana.

Gli esperti di Klinikos, centro specializzato in psicoterapia, lo descrivono così: il bisogno di approvazione diventa problematico quando il tuo valore personale dipende quasi esclusivamente da quello che gli altri pensano di te. È come se avessi delegato completamente agli altri il compito di dirti se sei una persona valida oppure no. Il problema? Quella è una casa costruita sulla sabbia, e la marea dell’opinione altrui cambia continuamente.

In psicologia si parla di autostima condizionata, un concetto sviluppato da Crocker e Wolfe in uno studio del 2001 su Psychological Review. Significa che la tua autostima non poggia su fondamenta interne solide, ma dipende da fattori esterni variabili come l’approvazione sociale, il successo pubblico, l’aspetto fisico. E quando queste cose vacillano – e vacillano sempre, prima o poi – crolla tutto il castello.

I segnali che hai un problema con l’approvazione altrui

Come fai a capire se sei finito nella trappola della dipendenza dall’approvazione? Gli specialisti che lavorano con schemi cognitivi disfunzionali, da Beck a Young nella Schema Therapy, hanno identificato alcuni pattern ricorrenti. Ecco quelli più lampanti.

Sei diventato un mendicante seriale di conferme

Prima di fare qualsiasi cosa – e quando dico qualsiasi intendo davvero qualsiasi – hai bisogno di sentire l’opinione di almeno tre persone diverse. Devi tagliare i capelli? Giro di consultazioni. Devi mandare una mail di lavoro? Altri cinque amici chiamati a valutare. E anche dopo aver ricevuto tutte le conferme del mondo, continui a dubitare. La psicoterapeuta Sabina Godi descrive questo comportamento come uno dei segnali più chiari di bisogno eccessivo di approvazione: non ti fidi mai del tuo giudizio, mai.

Questo schema è quello che in psicologia clinica si chiama comportamento di ricerca di rassicurazione, studiato da Salkovskis nel 1991 in una ricerca su Behaviour Research and Therapy. Funziona come tutte le dipendenze: ti dà sollievo immediato dall’ansia, ma a lungo termine peggiora tutto perché ti impedisce di sviluppare fiducia in te stesso. Più chiedi conferme, meno ti fidi di te. Più ti fidi poco di te, più chiedi conferme. È un circolo vizioso perfetto.

Sei diventato Sherlock Holmes del linguaggio corporeo in versione paranoica

Analizzi ogni microespressione facciale, ogni pausa nella conversazione, ogni movimento degli occhi dell’altra persona come se stessi cercando indizi sulla scena di un crimine. Ha inarcato leggermente il sopracciglio quando hai parlato? Ti odia. Ha guardato il telefono mentre parlavi? Pensa che sei noioso. Ha fatto una pausa di due secondi prima di rispondere? Sta cercando un modo gentile per dirti che sei un idiota.

Questo iper-monitoraggio sociale è tipico di chi soffre di ansia sociale, come spiegano Clark e Wells nel loro modello del 1995. Il problema è che quando cerchi così disperatamente segnali di disapprovazione, finisci per trovarli anche dove non ci sono. Il cervello umano è programmato per trovare pattern anche nel caos, e se stai cercando conferme che agli altri non piaci, le troverai sempre. Spoiler: probabilmente te le stai inventando.

Sei un camaleonte emotivo involontario

Con ogni persona o gruppo diventi qualcuno di leggermente diverso. Non è una scelta strategica, è automatico. Con gli amici sportivi fingi di appassionarti di calcio anche se preferiresti guardarti un documentario sui pinguini. Con i colleghi più intellettuali citi autori che non hai mai letto. Con la famiglia reprimi tutte le tue vere opinioni per evitare il conflitto. A fine giornata non sai più chi diavolo sei davvero.

In psicologia si parla di self-monitoring, studiato da Snyder nel 1974: alcune persone modulano fortemente il loro comportamento in base al contesto. Quando però questo diventa estremo e rigido, come dimostrano Lopez e Rice in uno studio del 2006 sul Journal of Counseling Psychology, si associa a minor benessere psicologico e a un senso di autenticità ridotto. In pratica: più fai il camaleonte, peggio stai.

Il conflitto ti terrorizza più di un ragno gigante

L’idea che qualcuno possa non essere d’accordo con te ti manda in panico. Preferisci ingoiare rospi grandi come angurie piuttosto che dire no o esprimere un’opinione divergente. Anche quando qualcuno calpesta i tuoi confini emotivi con gli scarponi da montagna, tu sorridi e annuisci perché il disappunto altrui ti sembra letteralmente insopportabile.

Questo pattern di evitamento del conflitto è descritto nel DSM-5, il manuale diagnostico dell’American Psychiatric Association, come tipico di stili di personalità dipendente o evitante. Il risultato? Accumuli frustrazioni che prima o poi esploderanno, oppure – scenario più probabile – continui a mangiarti tutto dentro sviluppando un mix tossico di ansia, risentimento e senso di impotenza.

Il silenzio degli altri è come un vuoto esistenziale

Hai mandato un messaggio tre ore fa e non hai ancora ricevuto risposta. Il tuo cervello va immediatamente in modalità catastrofe: ti odiano, hai detto qualcosa di sbagliato, è tutto finito, devi rimediare subito. L’assenza di feedback ti fa sentire come se stessi cadendo in un buco nero emotivo. Questa ipersensibilità al rifiuto è stata ampiamente studiata da Downey e Feldman in una ricerca del 1996 sul Journal of Personality and Social Psychology: alcune persone interpretano i segnali ambigui come rifiuto e reagiscono con ansia sproporzionata.

La Monica Sirotti, psicoterapeuta specializzata sul tema, sottolinea come questo sia uno dei segnali più evidenti di un’autostima completamente esternalizzata: ti senti letteralmente vuoto quando manca la conferma esterna, perché non hai costruito un sistema interno di validazione.

Quando qualcuno non è d’accordo con te, implodi internamente

Se un’altra persona esprime un’opinione diversa dalla tua, non pensi “abbiamo punti di vista differenti”, ma “allora ho torto io”. Il disaccordo altrui ti fa dubitare immediatamente di tutto: delle tue percezioni, delle tue idee, della tua versione della realtà. È come se la realtà fosse valida solo quando certificata da qualcun altro.

Gli esperti che lavorano con disturbi di personalità, come Beck nel suo manuale del 2005 sulla terapia cognitiva, descrivono questo come perdita del centro interno di valutazione. In pratica, hai perso il contatto con la tua bussola interna e navighi a vista seguendo le stelle degli altri. Il problema è che le stelle degli altri brillano in direzioni diverse, e tu finisci per andare ovunque tranne dove vuoi davvero andare tu.

Da dove viene questa fame di approvazione

Nessuno nasce con questa dipendenza dall’approvazione. Si costruisce, pezzo per pezzo, nelle prime esperienze di vita. La Schema Therapy di Young, Klosko e Weishaar descrive schemi come la ricerca di approvazione e riconoscimento che si sviluppano in contesti familiari specifici. Non si tratta di colpevolizzare mamma e papà, ma di capire come si formano questi pattern.

Molte persone che sviluppano questo bisogno eccessivo sono cresciute in ambienti dove l’affetto era percepito come condizionato alle performance. Prendevi un bel voto? Mamma era orgogliosa. Vincevi la gara di nuoto? Papà ti guardava con ammirazione. Ma quando fallivi o semplicemente eri te stesso, senza medaglie da mostrare? Silenzio, o peggio, disappunto. Assor, Roth e Deci hanno studiato questo fenomeno in una ricerca del 2004 su Developmental Psychology: quando i bambini percepiscono che il sostegno affettivo dipende dalle loro prestazioni, sviluppano un’autovalutazione instabile e una tendenza cronica a cercare approvazione esterna.

In altri casi, la radice sta in una storia di critiche costanti, svalutazione o quello che Linehan chiama invalidazione emotiva nel suo lavoro sul disturbo borderline del 1993. Se sei cresciuto in un ambiente dove le tue emozioni venivano ridicolizzate, ignorate o minimizzate – “non fare il drammatico”, “non è niente”, “sei troppo sensibile” – hai imparato a non fidarti del tuo mondo interno. Il messaggio implicito era: i tuoi sentimenti non sono validi, solo quelli degli altri contano davvero.

Cosa ti manda più in tilt emotivo?
Messaggio senza risposta
Disaccordo diretto
Silenzi durante una conversazione
Nessun like al post
Critiche velate

C’è poi la paura del rifiuto, che per alcune persone diventa un vero e proprio spettro. Downey e Feldman, nella ricerca già citata, parlano di rejection sensitivity: alcune persone sono ipersensibili al rifiuto e mettono in atto strategie protettive, tra cui la ricerca compulsiva di approvazione. L’equazione mentale diventa: se riesco a piacere a tutti, nessuno mi rifiuterà. Peccato che sia impossibile piacere a tutti, e che tentare di farlo sia la strada più sicura per perdere te stesso.

Il paradosso crudele: più cerchi approvazione, peggio stai

Ecco la parte davvero insidiosa di questo meccanismo: più cerchi conferme esterne, più rinforzi l’idea di non poterti fidare del tuo valore interno. È un paradosso perfetto. Funziona così: ti senti insicuro, quindi cerchi l’approvazione degli altri. Ottieni la conferma e ti senti bene per dieci minuti. Ma siccome quel senso di valore viene da fuori ed è fragile come un castello di carte, al primo soffio di vento – qualcuno non risponde al messaggio, un like in meno del solito – torni a sentirti insicuro. Quindi cerchi ancora più approvazione. E il ciclo si autoalimenta all’infinito.

Come spiega Salkovskis nel suo lavoro, questo tipo di comportamento di sicurezza riduce l’ansia nel breve termine ma la mantiene e la peggiora nel lungo periodo. È come prendere un antidolorifico per un mal di denti che sta peggiorando: funziona per qualche ora, ma il problema di fondo continua a crescere. Più chiedi conferme, meno sviluppi la capacità di auto-validarti. E meno sai auto-validarti, più dipendi dalle conferme esterne.

Questo porta a quello che gli esperti di Klinikos chiamano progressivo allontanamento da sé. Passi così tanto tempo ed energia a monitorare cosa si aspettano gli altri, a calibrare il tuo comportamento sulle loro reazioni, che smetti completamente di ascoltare i tuoi bisogni, i tuoi valori, le tue preferenze. La teoria dell’autodeterminazione di Deci e Ryan, pubblicata su Psychological Inquiry nel 2000, lo spiega bene: quando la motivazione è prevalentemente estrinseca, cioè guidata da fattori esterni come l’approvazione, il benessere psicologico crolla.

E poi c’è l’impatto sulle relazioni. Come mostrano gli studi sull’attaccamento ansioso di Mikulincer e Shaver del 2007, chi ha questo bisogno eccessivo di approvazione diventa ipervigile nelle relazioni, sempre all’erta per captare segnali di disapprovazione o rifiuto. Le interazioni sociali, che dovrebbero essere fonte di piacere, diventano esami da superare. Il risultato? Relazioni meno autentiche, più faticose, e paradossalmente meno soddisfacenti sia per te che per gli altri.

Quando diventa un vero problema per la tua vita

Qualcuno potrebbe pensare: va beh, cerco un po’ di approvazione, che male c’è? Il male c’è quando questo pattern diventa così pervasivo da condizionare concretamente le tue scelte e il tuo benessere. Sul fronte professionale, per esempio, potresti non proporre mai idee innovative per paura del giudizio, accettare incarichi che detesti pur di non deludere nessuno, o paralizzarti completamente di fronte a decisioni importanti. Hewitt e Flett, in uno studio del 1991 sul Journal of Personality and Social Psychology sul perfezionismo socialmente prescritto, hanno dimostrato che il timore del giudizio altrui si associa a procrastinazione, evitamento di compiti rilevanti e maggiore distress.

Nelle relazioni sentimentali, questo bisogno può trasformarsi in vera e propria dipendenza affettiva, come descritto da Bornstein nel 1993 sul Journal of Personality Disorders. Tolleri comportamenti che calpestano i tuoi confini, rinunci ai tuoi bisogni, cambi radicalmente pur di non perdere la relazione. E paradossalmente, questa mancanza di autenticità spesso allontana l’altro, che percepisce di non avere di fronte una persona vera ma una maschera che cerca disperatamente di compiacere.

Sul piano del benessere psicologico, la ricerca è chiara: basare la propria autostima quasi esclusivamente sull’approvazione sociale è associato a livelli più alti di ansia e sintomi depressivi. Crocker e Park, in una review del 2004 su Psychological Bulletin, hanno dimostrato che quando il senso di valore dipende da fonti instabili e non controllabili come il giudizio degli altri, l’umore diventa estremamente vulnerabile alle fluttuazioni esterne. Sei letteralmente in balia delle onde dell’opinione altrui, e l’oceano è sempre in tempesta.

Come iniziare a liberarsi da questa trappola

La buona notizia è che questi schemi, anche se profondi e radicati, possono essere modificati. La letteratura clinica lo dimostra: approcci come la terapia cognitivo-comportamentale, la Schema Therapy e la terapia focalizzata sulla compassione funzionano proprio per costruire un senso di valore interno più stabile. Non sarà veloce né indolore, ma è possibile.

Primo passo: inizia a praticare l’auto-validazione. Suona strano e forse anche un po’ imbarazzante all’inizio, ma devi imparare a riconoscere e legittimare le tue scelte ed emozioni senza aspettare il timbro di approvazione da fuori. Quando prendi una decisione, anche piccola, fermati e riconosci: ho scelto questo perché è in linea con quello che voglio. Non aspettare che qualcuno ti dica che hai fatto bene. La Dialectical Behavior Therapy di Linehan lavora esplicitamente su queste abilità di auto-validazione per ridurre la dipendenza dalla validazione esterna.

Secondo: esponiti gradualmente al disaccordo. Come per le fobie, l’esposizione funziona. Inizia con situazioni a basso rischio: esprimi un’opinione diversa su qualcosa di poco importante. Nota che il mondo non crolla. Poi scala verso opinioni più significative. Gli studi di Heimberg del 2002 sull’ansia sociale dimostrano che l’esposizione a situazioni di possibile valutazione negativa, combinata con la modifica dei pensieri disfunzionali, riduce significativamente paura e evitamento.

Terzo: lavora sul dialogo interno. Quel critico severo nella tua testa che ti dice che devi essere perfetto per essere accettato? Inizia a metterlo in discussione. Quando pensi “se non gli piaccio è perché sono sbagliato”, fermati e chiedi: è davvero così, o è possibile che semplicemente siamo diversi? Questo lavoro cognitivo, base della CBT secondo Beck, ha dimostrato di migliorare ansia, depressione e autostima.

Quarto: riduci progressivamente i comportamenti di ricerca di rassicurazione. Se tendi a chiedere continuamente conferme, prova a ritardare la richiesta. Invece di chiedere subito “ti piace?”, aspetta dieci minuti. Poi un’ora. L’obiettivo è imparare a tollerare l’incertezza senza riempirla immediatamente con una rassicurazione esterna. Scoprirai che l’ansia sale ma poi, senza rinforzo, scende da sola.

Quinto: riconnettiti con i tuoi valori e bisogni. Approcci come l’Acceptance and Commitment Therapy di Hayes, Strosahl e Wilson mettono al centro il lavoro sui valori personali: cosa è davvero importante per te, indipendentemente da cosa pensano gli altri? Quali sono i tuoi valori non negoziabili? Cosa vuoi dalla vita? All’inizio potresti non avere risposte chiare, ed è normale. Ma continuare a porti queste domande aiuta a ricostruire un centro interno.

Sesto: considera seriamente la psicoterapia. Se il bisogno di approvazione condiziona pesantemente la tua vita, lavorare con un professionista può cambiare tutto. Butler e colleghi, in una meta-analisi del 2006 su Clinical Psychology Review, hanno dimostrato l’efficacia della terapia cognitivo-comportamentale per ansia, bassa autostima e pattern di dipendenza interpersonale. La Schema Therapy ha mostrato risultati promettenti per schemi complessi come la ricerca di approvazione, secondo Giesen-Bloo e colleghi su Archives of General Psychiatry nel 2006.

Riprendere le redini della tua vita emotiva

Vivere in funzione dello sguardo altrui è come affittare la tua casa emotiva invece di possederla. Qualcun altro decide sempre la temperatura, l’arredamento, le regole. E tu sei in perenne ansia da sfratto. Rogers, nel suo lavoro del 1961 On Becoming a Person, lo spiegava bene: il benessere aumenta quando passi da un locus di valutazione esterno a uno più interno, quando impari a fidarti della tua esperienza interna piuttosto che dipendere costantemente dallo sguardo altrui.

Riconoscere di avere questo problema non è un segno di debolezza, ma di consapevolezza. È il primo passo verso una vita più autentica, dove le tue scelte riflettono chi sei davvero e non chi pensi di dover essere per gli altri. Non si tratta di diventare egoisti o di fregartene completamente del parere altrui: le relazioni e il feedback degli altri rimangono importanti. Si tratta di riequilibrare la bilancia, di riportare il centro di gravità dentro di te.

Il percorso non è né semplice né rapido. Gli studi longitudinali di Orth, Robins e Widaman del 2012 sul Journal of Personality and Social Psychology mostrano che cambiamenti significativi nell’autostima richiedono tempo. Probabilmente dovrai affrontare paure antiche, confrontarti con schemi familiari profondi, imparare a tollerare il disagio temporaneo del cambiamento. Ma dall’altra parte c’è qualcosa di incredibilmente prezioso: la libertà di essere te stesso, con tutte le imperfezioni e le stranezze che ti rendono unico.

L’approvazione più importante e stabile che puoi ricevere è quella che impari a darti tu stesso. Tutto il resto può essere un arricchimento, un bonus gradito, ma non può essere il biglietto d’ingresso alla tua stessa vita. Il prezzo di quella libertà è la fatica di costruire un senso di valore che non dipenda dal fatto che oggi qualcuno ti ha messo un cuoricino su Instagram o ti ha detto che quella maglietta ti sta bene. E credimi, ne vale assolutamente la pena.

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