Sardine in scatola: quello che i supermercati non vogliono farti sapere sulla vera provenienza del pesce

Quando acquistiamo una scatola di sardine al supermercato, l’etichetta ci racconta spesso una storia che profuma di mare nostrum, di tradizione mediterranea e di eccellenza italiana. Eppure, dietro queste narrazioni visive fatte di azzurro intenso e richiami costieri, si nasconde una realtà produttiva ben diversa che merita di essere portata alla luce. Il pesce contenuto in quelle lattine potrebbe aver nuotato in acque distanti migliaia di chilometri dalle nostre coste, solcando gli oceani prima di approdare sugli scaffali con un’immagine che suggerisce tutt’altra provenienza.

La differenza tra “confezionato in” e “pescato in”

Il nodo cruciale della questione sta in una distinzione normativa che sfugge alla maggior parte dei consumatori: indicare che un prodotto è stato confezionato o lavorato in Italia non implica affatto che la materia prima provenga dal territorio nazionale. Nel caso delle sardine in scatola, questo significa che il pesce può essere stato catturato nell’Atlantico orientale, nel Pacifico o in altre zone di pesca remote, per poi essere trasportato negli stabilimenti italiani dove avviene esclusivamente la trasformazione industriale. Secondo i dati più recenti, circa il 70% delle sardine in scatola commercializzate nell’Unione Europea proviene da importazioni extra-UE, successivamente trasformate in Italia o Portogallo.

Questa pratica commerciale sfrutta abilmente la potenza evocativa del made in Italy, un valore aggiunto che nell’immaginario collettivo si associa automaticamente a qualità superiore, controlli rigorosi e materie prime locali. La realtà industriale del settore ittico conserviero, però, racconta dinamiche completamente diverse: studi recenti dimostrano che l’85% delle conserve ittiche italiane utilizza pesce importato, etichettato poi come “prodotto in Italia”.

Perché il pesce viene pescato così lontano

Le ragioni che spingono l’industria conserviera a rifornirsi di sardine provenienti da zone di pesca extraeuropee sono principalmente di natura economica e di disponibilità della risorsa. Gli stock ittici mediterranei ridotti hanno subito negli ultimi decenni una pressione considerevole, con una diminuzione della biomassa di sardine del 60% dal 1990 a causa della sovrapesca e dei cambiamenti climatici. Parallelamente, i costi di approvvigionamento da flotte pescherecce che operano in acque internazionali risultano spesso più contenuti rispetto a quelli del pescato mediterraneo.

Le sardine dell’Atlantico, in particolare quelle catturate al largo delle coste di Marocco, Mauritania e Perù, rappresentano una fonte abbondante ed economicamente vantaggiosa. L’Italia importa annualmente circa 45.000 tonnellate di sardine congelate da Africa e Sud America destinate all’industria conserviera. Il pesce viene congelato a bordo immediatamente dopo la cattura e successivamente trasportato via nave verso i poli industriali europei, Italia compresa, dove avviene la lavorazione completa: scongelamento, pulizia, cottura, inscatolamento e sterilizzazione.

Cosa dice realmente l’etichetta

Per districarsi in questo labirinto informativo, occorre sviluppare una vera e propria capacità di lettura critica delle etichette. Le informazioni obbligatorie per legge includono la zona di pesca, espressa attraverso codici FAO che identificano le diverse aree geografiche marine. Questi codici, tuttavia, vengono spesso riportati in caratteri minuscoli e con sigle poco intuitive per chi non è addetto ai lavori.

Un consumatore attento dovrebbe cercare indicazioni come:

  • La zona FAO di cattura, che identifica con precisione l’area geografica di provenienza del pesce: il codice 37 indica il Mediterraneo, mentre il 34 si riferisce all’Atlantico orientale
  • La dicitura “pescato in” seguita dall’area specifica, non solo “confezionato in”
  • Il metodo di pesca utilizzato, informazione obbligatoria che può dare indicazioni sulla sostenibilità
  • L’eventuale presenza di certificazioni di tracciabilità verificabili come MSC per la pesca sostenibile

Le conseguenze sulla qualità organolettica

Al di là delle questioni etiche legate alla trasparenza commerciale, esiste un aspetto qualitativo concreto che dovrebbe interessare chi è attento all’alimentazione. Le sardine mediterranee presentano caratteristiche organolettiche distintive, legate all’ecosistema specifico in cui vivono, alla temperatura delle acque e alla tipologia di plancton di cui si nutrono. La composizione degli acidi grassi omega-3, ad esempio, può variare sensibilmente tra pesci provenienti da aree geografiche diverse: ricerche scientifiche hanno dimostrato che le sardine atlantiche possono contenere fino al 20% in meno di EPA e DHA rispetto a quelle mediterranee.

Il pesce che percorre migliaia di chilometri, anche se correttamente congelato e conservato, subisce inevitabilmente un processo di trasformazione che incide sulla freschezza originaria. Mentre il congelamento rapido preserva circa il 90% della qualità originale, la filiera lunga può ridurre texture e sapore del 15% dopo lo scongelamento. La filiera lunga comporta un maggior numero di passaggi, con potenziali ripercussioni sulla qualità finale del prodotto che finisce sulla nostra tavola.

Sostenibilità e impatto ambientale nascosti

Un altro aspetto raramente considerato riguarda l’impronta ecologica complessiva di queste produzioni. Pescare sardine nell’Oceano Atlantico per poi trasportarle in Italia, lavorarle e ridistribuirle sul mercato europeo genera un’impronta carbonica significativa. Studi di valutazione del ciclo di vita hanno calcolato che le sardine importate dal Perù possono generare fino a 3,5 kg di CO2 per chilogrammo di prodotto, contro gli 0,8 kg delle sardine pescate e lavorate nel Mediterraneo. Per chi fa scelte alimentari orientate alla sostenibilità ambientale, questa informazione risulta determinante.

La pesca intensiva in determinate zone oceaniche, inoltre, solleva questioni relative alla gestione degli stock ittici e all’equilibrio degli ecosistemi marini che meriterebbero maggiore attenzione da parte dei consumatori consapevoli. Il Pacific sardine collapse 2015 rappresenta un esempio emblematico di come lo sfruttamento eccessivo possa compromettere intere popolazioni ittiche.

Come orientarsi nelle scelte di acquisto

Diventare consumatori informati nel reparto conserve ittiche richiede un piccolo sforzo iniziale che si traduce rapidamente in abitudine. Prima di tutto, dedicare qualche secondo in più alla lettura dell’etichetta, concentrandosi non sulle immagini evocative ma sui dati tecnici obbligatori. Verificare la zona FAO permette di comprendere immediatamente se il pesce proviene dal Mediterraneo o da oceani remoti.

Chi desidera privilegiare la tracciabilità e la filiera corta dovrebbe orientarsi verso prodotti che dichiarano esplicitamente la provenienza mediterranea del pesce, accettando eventualmente un prezzo leggermente superiore giustificato dalla qualità e dalla genuinità della materia prima. Esistono realtà produttive, spesso aziende siciliane o sarde, che basano la propria proposta commerciale proprio sulla valorizzazione del pescato locale, con certificazioni di sostenibilità come ASC o Friend of the Sea.

La scelta consapevole passa attraverso la conoscenza. Solo comprendendo i meccanismi che regolano il mercato delle conserve ittiche possiamo esercitare il nostro potere di consumatori, premiando le produzioni trasparenti e spingendo il settore verso standard più elevati di comunicazione e qualità. Il mare italiano offre risorse preziose: sta a noi riconoscerle e valorizzarle anche attraverso le nostre decisioni quotidiane al supermercato.

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