Quando un bambino torna a casa con un disegno sgualcito nello zaino o si sforza di allacciarsi le scarpe per la decima volta, quel momento rappresenta un’occasione preziosa che spesso lasciamo sfuggire. La costruzione dell’autostima infantile non avviene attraverso le medaglie sul petto o i “bravissimo” gridati a ogni respiro, ma in quegli interstizi quotidiani dove il bambino sperimenta se stesso come persona di valore, indipendentemente dal risultato ottenuto.
Il paradosso delle lodi vuote e delle critiche distruttive
La ricerca in psicologia dello sviluppo ha evidenziato un fenomeno ben documentato: genitori e adulti educanti che oscillano tra due estremi ugualmente dannosi. Da un lato troviamo le critiche continue, focalizzate esclusivamente sugli errori, che trasmettono al bambino il messaggio implicito “non sei mai abbastanza” e sono associate a maggiore rischio di bassa autostima e sintomi di disagio emotivo. Dall’altro, lodi generiche e iperboliche che suonano vuote e creano una dipendenza dal giudizio esterno, aumentando paradossalmente la paura di fallire, soprattutto nei bambini che già manifestano fragilità .
Carol Dweck, docente di psicologia presso la Stanford University, ha documentato come bambini costantemente lodati per la loro intelligenza (“sei così intelligente!”) tendano a evitare sfide future, temendo di deludere le aspettative. Al contrario, bambini riconosciuti per il loro impegno sviluppano quella che la studiosa definisce mentalità di crescita, associata a maggiore persistenza di fronte alle difficoltà e a migliore adattamento scolastico.
Riconoscere lo sforzo senza negare la realtÃ
La chiave non sta nell’eliminare ogni forma di feedback critico né nell’inondare i bambini di complimenti indiscriminati, ma nell’imparare a osservare e nominare gli sforzi concreti. La ricerca distingue tra lode centrata sui tratti (“sei intelligente”) e lode centrata sul processo (“hai lavorato sodo”, “hai provato strategie diverse”), dove la seconda è associata a maggiore resilienza e motivazione che nasce dall’interno.
Quando vostro figlio completa un puzzle difficile, invece di esclamare “sei un genio!”, provate con: “Ho notato che hai provato diverse strategie finché non hai trovato quella giusta. Hai perseverato anche quando sembrava complicato”. Questo tipo di riconoscimento specifico comunica al bambino che lo osservate davvero, non solo il risultato finale, che il processo vale quanto l’esito e che le sue strategie e decisioni hanno valore.
Il linguaggio che costruisce versus quello che demolisce
Esiste una differenza sostanziale tra dire “hai sbagliato questo esercizio” e “sei negato per la matematica”. La prima affermazione circoscrive l’errore a un evento specifico, modificabile; la seconda attacca l’identità del bambino, creando un’etichetta rigida e scoraggiante. L’uso di etichette globali negative è stato associato a maggior rischio di interiorizzazione di credenze di incapacità e a minore perseveranza.
Lo psicoterapeuta e medico Alberto Pellai ha più volte sottolineato nei suoi testi divulgativi come i bambini interiorizzino le etichette ricevute dagli adulti, trasformandole in auto-definizioni (“sono incapace”, “sono un disastro”), che possono funzionare come profezie autoavveranti.
Quando offriamo feedback correttivi, è utile ancorarli a comportamenti osservabili e fornire indicazioni costruttive: “Questo problema non è venuto come speravi. Quale parte trovi più difficile? Proviamo insieme un approccio diverso” trasforma l’errore in opportunità di apprendimento piuttosto che in verdetto sulla persona. Questa modalità è coerente con gli approcci di feedback orientato al compito che la ricerca educativa associa a migliori esiti di apprendimento e minore ansia da prestazione.
Valorizzare l’unicità oltre la performance
Un bambino non è la somma dei suoi voti, delle vittorie sportive o dei talenti artistici. La ricerca indica che legare il proprio valore personale esclusivamente alla performance è associato a maggiore ansia, perfezionismo disfunzionale e vulnerabilità emotiva. Eppure molti genitori, inconsapevolmente, concentrano attenzioni e riconoscimenti quasi solo sulle prestazioni misurabili, contribuendo a questa confusione. Questo crea bambini che confondono il proprio valore con ciò che producono, innescando ansia da prestazione e paura del fallimento.

I momenti di connessione autentica non performativa sono essenziali: conversazioni durante una passeggiata dove ascoltiamo davvero le loro teorie sul mondo, risate condivise senza obiettivi didattici, tempo dedicato semplicemente a “essere insieme” senza agenda. Queste esperienze rafforzano il senso di sicurezza e appartenenza, fattori protettivi per l’autostima, e comunicano: “Mi piaci per quello che sei, non per quello che fai”.
Insegnare l’autovalutazione realistica
Genitori che temono di ferire l’autostima dei figli possono evitare qualsiasi forma di critica costruttiva, ma questo approccio iperprotettivo è stato collegato a maggior fragilità di fronte ai fallimenti e ai giudizi esterni in adolescenza. La soluzione sta nell’insegnare ai bambini a valutare realisticamente le proprie prestazioni e processi.
Dopo un’attività , provate a chiedere: “Come pensi sia andata? Cosa ti è piaciuto del tuo lavoro? Se dovessi rifarla, cosa cambieresti?” Queste domande sviluppano pensiero critico e capacità di autovalutazione, competenze che la ricerca sull’apprendimento autoregolato considera centrali per la resilienza scolastica e personale, e che proteggono l’autostima molto più efficacemente delle lodi inflazionate, che possono essere facilmente percepite come poco sincere.
Il modello genitoriale: come parliamo di noi stessi
I bambini assorbono gli atteggiamenti genitoriali verso il fallimento e l’imperfezione. Gli studi mostrano che i bambini osservano e interiorizzano il modo in cui i genitori reagiscono ai propri errori e alle frustrazioni. Un genitore che si flagella verbalmente per ogni piccolo errore (“sono un disastro, non combino mai nulla di buono”) trasmette implicitamente uno stile di autocritica severa, associato a maggiore rischio di sintomi depressivi e bassa autostima. Al contrario, modellare l’autocompassione trasmette competenze preziose ed è collegato a maggiore benessere psicologico.
Quando commettete un errore davanti ai vostri figli, verbalizzate: “Ho sbagliato strada, capita. Adesso correggo il percorso” oppure “Questa torta non è venuta come speravo, ma ho imparato qualcosa per la prossima volta”. Dimostrate che gli errori appartengono all’esperienza umana, non definiscono il vostro valore, normalizzando il fallimento come parte naturale dell’apprendimento.
Celebrare il coraggio, non solo il successo
La ricerca nel campo della psicologia dell’educazione e della resilienza ha evidenziato che riconoscere il coraggio di esporsi, provare e sperimentare, anche quando l’esito è incerto, è un fattore che sostiene la motivazione e la crescita. I bambini necessitano di riconoscimento anche quando le cose non vanno come sperato.
Vostro figlio si è presentato all’audizione teatrale nonostante la timidezza? Ha tentato di fare amicizia con il nuovo compagno anche se poi è stato rifiutato? Questi atti di coraggio meritano riconoscimento almeno quanto i risultati positivi, in linea con gli interventi che promuovono la perseveranza e la passione per obiettivi a lungo termine.
“Hai avuto il coraggio di provare qualcosa di nuovo, questo richiede forza” valorizza l’audacia e l’iniziativa personale, qualità che costituiscono una base importante per un’autostima autentica e durevole. Bambini che ricevono questo tipo di riconoscimento sviluppano maggior resilienza e propensione all’esplorazione, elementi considerati centrali per un percorso di vita soddisfacente.
L’autostima infantile non si costruisce con grandi proclami ma attraverso centinaia di micro-interazioni quotidiane dove i bambini sperimentano di essere visti, compresi e valorizzati per la loro umanità completa, non solo per i loro successi misurabili. È un lavoro paziente, attento, che richiede ai genitori di rallentare abbastanza per notare davvero chi hanno di fronte.
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