Mal di testa dopo il vino: non è colpa dell’alcol ma di quello che non leggi in etichetta

Quando acquistiamo una bottiglia di vino al supermercato, raramente ci soffermiamo a leggere con attenzione l’etichetta. Eppure, dietro quella grafica accattivante e quelle descrizioni evocative del territorio, si nasconde una realtà che pochi consumatori conoscono: il vino che portiamo in tavola può contenere una quantità sorprendente di additivi, alcuni dei quali potenzialmente problematici per chi soffre di sensibilità o intolleranze specifiche.

Il lato oscuro dell’etichettatura vinicola

A differenza di quanto accade per la maggior parte degli alimenti confezionati, dove l’elenco degli ingredienti è obbligatorio e dettagliato, il settore vitivinicolo gode di una normativa particolare che consente una trasparenza decisamente ridotta. Questa disparità di trattamento ha origini storiche e lobbistiche, ma lascia i consumatori in una posizione di svantaggio informativo significativo.

La dicitura contiene solfiti compare su quasi tutte le bottiglie quando la concentrazione supera i 10 mg/litro, ma questa indicazione generica non rivela l’effettiva quantità presente né tantomeno la presenza di altri conservanti e coadiuvanti tecnologici utilizzati durante il processo produttivo.

Cosa si nasconde realmente nel calice

I solfiti rappresentano solo la punta dell’iceberg. Durante la vinificazione possono essere impiegati decine di additivi diversi, molti dei quali non richiedono alcuna menzione in etichetta perché considerati coadiuvanti tecnologici che teoricamente dovrebbero essere eliminati nel prodotto finito. La realtà scientifica dimostra però che tracce residue permangono spesso nel vino imbottigliato.

Parliamo di sostanze come l’anidride solforosa in varie forme, ma anche di gomma arabica, albumina d’uovo, proteine del latte, gelatina animale, carbone attivo e persino derivati sintetici come il polisorbato. Alcuni di questi vengono utilizzati per chiarificare il vino, altri per stabilizzarlo, altri ancora per correggerne difetti organolettici.

Le reazioni avverse: un problema sottovalutato

Chi soffre di sensibilità ai solfiti sa bene quanto possa essere sgradevole l’esperienza: mal di testa, vampate, difficoltà respiratorie, eruzioni cutanee e disturbi gastrointestinali sono solo alcune delle reazioni documentate. Le persone asmatiche risultano particolarmente vulnerabili agli effetti dei solfiti presenti nel vino.

Ma il problema non riguarda solo i solfiti. Chi presenta allergie alle proteine dell’uovo o del latte, per esempio, potrebbe avere reazioni anche a un prodotto che apparentemente non contiene ingredienti di origine animale, poiché le tracce residue di questi chiarificanti proteici possono potenzialmente scatenare risposte immunitarie in soggetti particolarmente sensibili.

La concentrazione fa la differenza

Un aspetto cruciale che l’attuale sistema di etichettatura non comunica è la quantità effettiva di solfiti presenti. I limiti legali variano significativamente in base alla tipologia di vino: una differenza sostanziale che il consumatore non ha modo di conoscere semplicemente leggendo la dicitura generica in etichetta.

Alcuni produttori virtuosi hanno iniziato volontariamente a indicare informazioni più dettagliate, ma si tratta ancora di una minoranza. La maggior parte si limita al minimo indispensabile richiesto dalla legge, lasciando i consumatori all’oscuro di informazioni che potrebbero essere decisive per le loro scelte di acquisto e per la loro salute.

Come difendersi al momento dell’acquisto

Di fronte a questa carenza normativa, il consumatore deve sviluppare strategie autonome di tutela. Privilegiare prodotti con etichettatura volontaria estesa che riportano informazioni dettagliate sugli additivi utilizzati rappresenta il primo passo. Orientarsi verso certificazioni biologiche aiuta, dato che generalmente prevedono limitazioni più stringenti nell’uso di additivi e solfiti rispetto ai vini convenzionali.

Verificare la presenza di menzioni come vino naturale o senza solfiti aggiunti può essere utile, pur essendo consapevoli che mancano standard uniformi per queste denominazioni. Contattare direttamente i produttori per richiedere informazioni tecniche complete rimane un diritto previsto dalla normativa sulla trasparenza, così come consultare database e app specializzate che raccolgono informazioni dettagliate sui processi produttivi delle diverse cantine.

Il diritto a sapere cosa beviamo

La questione non riguarda soltanto chi soffre di intolleranze specifiche. Ogni consumatore ha il diritto di compiere scelte consapevoli basandosi su informazioni complete e verificabili. Il vino non dovrebbe essere un alimento a parte: merita lo stesso livello di trasparenza richiesto per tutti gli altri prodotti destinati al consumo umano.

Le associazioni di consumatori stanno spingendo da anni per un aggiornamento della normativa europea che imponga un’etichettatura completa degli ingredienti anche per i prodotti alcolici. Alcuni passi avanti sono stati compiuti, ma la strada verso una vera trasparenza rimane ancora lunga e incontra resistenze significative da parte dell’industria.

Nel frattempo, informarsi diventa un atto di autodifesa indispensabile. Leggere le etichette con occhio critico, porre domande, ricercare alternative più trasparenti: questi gesti apparentemente piccoli rappresentano l’unico strumento efficace che abbiamo per tutelare la nostra salute e quella dei nostri cari. Il consumatore informato non è solo più protetto, ma contribuisce anche a creare una pressione di mercato che può accelerare il cambiamento verso maggiore chiarezza e responsabilità da parte dei produttori.

Quanti additivi pensi ci siano in una bottiglia di vino?
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